mercoledì 27 febbraio 2013

Pittori di nature morte: Francesco Malacrea


Sulla sua formazione all’Accademia veneziana molti storici e studiosi hanno più volte manifestato i loro dubbi. Benchè asserisse di averla frequentata, non risulta tra gli iscritti. Dalle fonti d’epoca sappiamo invece che "...egli incominciò la sua carriera quale pittore di stanze a guazzo. Non ebbe maestri, e da solo si dedicò alla pittura ad olio, prescegliendo la natura morta" ("L'Indipendente", 20 settembre 1886). Probabilmente la sua prima commissione importante è la decorazione della nuova galleria pubblica triestina, il “Tergesteo” (1842), in cui fu incaricato, assieme a Luccardi, Cremonini, Panteghini di eseguire decorazioni floreali. Giovanni (Nane) Kandler, fratello dello storico Pietro, si era invece occupato delle decorazioni con figure.

A Trieste, tuttavia, Malacrea, di famiglia originaria del basso Friuli, si afferma essenzialmente quale pittore di nature morte, genere che prima di lui avevano trattato, Giuseppe Bernardino Bison e Giuseppe Gatteri. Se questi erano ancora influenzati dal settecento veneziano, egli sembra orientarsi decisamente verso le scuole olandese e fiamminga.
Così lo ricorda lo storico Giuseppe Caprin: «Arguto e sino velenoso, visse isolato; copiava le lepri, le pernici, l’uva, i poponi, che poi dallo studio passavano alla sua tavola. E diceva: “Il vero deve servire al pittore, le copie agli amatori”. Un giorno – riporta ancora Caprin – mentre stava abbozzando delle frutta per un nostro baronetto, avendogli questi fatta osservazione circa al colore di un grappolo di ribes, si volse e con la sua abituale freddezza rispose: - “Sappia, e lo tenga a mente, che per fare i fiori viene prima Dio poi Malacrea, per le frutta prima Malacrea poi Dio.”»

La sua produzione di dipinti è sterminata. Carlo Wostry lo descrive intento a vendere i suoi dipinti sotto il pronao del palazzo della Borsa. Teo Gianniotti, nel recensire la mostra che nel 1941 segna la riscoperta del pittore, racconta inoltre che Malacrea esponeva le sue tele presso il negozio di un libraio che era uno dei suoi maggiori acquirenti, oltreché efficace intermediario nelle ordinazioni che letteralmente "fioccavano". La sua clientela era la ricca borghesia dell’emporio triestino, che dal 1840 in poi aveva dato vita a un fiorente mercato dell’arte, alimentato dalle mostre della Società di Belle Arti. Dagli anni cinquanta in avanti troviamo regolarmente anche il nome di Malacrea tra gli espositori.

Il Museo Revoltella possiede l’unico autoritratto noto dell’artista, non datato ma presumibilmente eseguito negli anni Quaranta dell'Ottocento. Il dipinto, considerato l'aspetto giovanile dell'artista, rientra pienamente nei canoni accademici della ritrattistica di quel momento. In esso è infatti evidente l'intento minuziosamente descrittivo del soggetto, di cui viene trascritto ogni più piccolo dettaglio specialmente nella cura riservata alla raffigurazione dell'abbigliamento, che tuttavia appare molto più sobrio di quanto non ci facciano immaginare le descrizioni dei contemporanei.

"Chi non conosceva il pittore Francesco Malacrea: quella figura tipica vestita d'un cappellone all'Ernani, d'una giacca di velluto, di un paio di calzoni grigi aderenti alle gambe? Un viso scarno, adorno di baffi e pizzo grigiastri - e di sotto alla larga tesa di quel cappellone due occhi neri come il grano di pepe, vivi, scintillanti…” si legge sul “Piccolo” assieme all’annuncio della sua morte, nel 1886.

Allo stravagante aspetto “da pittore fiammingo” per cui andava famoso, Malacrea - spiega ancora Gianniotti- “corrispondeva la stramberia del suo carattere (...) scontroso all'estremo; abitudinario fino all'intolleranza; nella critica arguto e inesorabile fino a diventar pungente, "velenoso" come lo definisce il Caprin, e nel giudicar sé stesso, d'una superba sicumera."

Ebbe un allievo, Enrico Hohenberger (Trieste, 1843-1897), che ne raccolse l’eredità ed ebbe a sua volta una folta committenza locale.

Francesco Malacrea morì il 19 settembre 1886 a causa delle ferite riportate in seguito a una caduta. Nel 1941 a Venezia venne organizzata la prima importante esposizione retrospettiva di quello che era stato il maggiore autore di nature morte della Trieste asburgica, che poi verrà presentata anche a Milano e nel 1942 a Bergamo..

Di questo pittore e del suo allievo Enrico Hohenberger (Trieste, 1843-1897) il Museo Revoltella possiede un considerevole numero di nature morte provenienti da importanti collezioni triestine, che testimoniano la fortuna nonché la continuità di questo genere artistico nel corso del XIX secolo.

Bibliografia: Francesco Malacrea, in "L'Indipendente", 20 settembre 1886; G. Caprin, Tempi andati. Pagine della vita triestina (1830-1848), Stabilimento Artistico-Tipografico G. Caprin, Trieste 1891, p. 226); Carlo Wostry, Storia del Circolo Artistico di Trieste (Udine, 1934); T. Gianniotti, "Il Gazzettino di Venezia", 4 settembre 1941; S. Benco, Un artista triestino rivelato: Francesco Malacrea, “Il Piccolo”, Trieste, settembre 1941; R. M. Cossar, Storia dell’arte e dell’artigianato in Gorizia, 1948; Ruaro Loseri L., La natura morta nella pittura triestina, Trieste, 1995; Autoritratti triestini. La collezione Hausbrandt, catalogo della mostra a cura di S. Gregorat, Trieste, Museo Revoltella, 2011.

Susanna Gregorat
ALCUNE OPERE



Natura morta con fiori, 1859 
Olio su tela, cm 49 x 60 / 
Legato Carlo e Maria Piacere 
Museo Revoltella, Trieste, inv. 2614 

Caratteristica del modo in cui Malacrea interpreta la natura morta è l’osservazione ravvicinata del soggetto, che solo raramente contiene elementi di descrizione ambientale oltre al piano di appoggio degli oggetti. Costante è anche l’uso di uno sfondo scuro, neutro, appena individuato da una luce fioca. Proveniente, come altre otto tele del pittore, dal lascito Carlo Maria Piacere, giunto al Museo Revoltella nel 1940, questa natura morta è una delle poche a recare una data, 1859, che la situa attorno alla metà della lunga carriera del pittore, quando la richiesta di nature morte “in stile fiammingo” da parte del mercato triestino doveva essere in crescita.Composizione compatta, affollata di elementi, mette insieme fiori di diverse specie, rose e camelie in primo luogo, e cinque tipi di frutti, uva, pere, pesche, susine e un melograno. Non manca un richiamo caravaggesco nei particolari che evidenziano i difetti o il deteriorarsi della frutta, così come la presenza del melograno spaccato, e già in parte consumato, potrebbe alludere al trascorrere del tempo, perché è difficile che si possa attribuire al pittore l’inserimento di questo frutto come simbolo tradizionale della Resurrezione. Davanti a quest’opera, infatti, non si può non richiamare l’irriverente frase di Malacrea che, rivolgendosi a un possibile cliente disse: “Sappia che per quanto riguarda i fiori viene prima Dio e poi Malacrea, per quanto riguarda i frutti viene prima Malacrea e poi Dio”.

Maria Masau Dan

Canestro di frutta
Olio su tela, cm 65x85
Legato Antonio Caccia
Museo Revoltella, Trieste, Inv. 600

Proprio perché si riteneva insuperabile nella riproduzione della frutta, Malacrea sceglieva preferibilmente frutti per le sue composizioni, dove non manca quasi mai l’uva, ingrediente di straordinaria efficacia decorativa, non solo per la struttura dei grappoli, che ben si adattano alle esigenze della composizione, ma anche per la possibilità di catturare e moltiplicare la luce, creando infinite vibrazioni.
O non sarà stato per una ragione eminentemente pratica? Lo ricorda Teo Gianniotti (1941) riportando G. Caprin: “Questi soggetti li amava di amore spirituale, durante la creazione, ma da ultimo, carnale, chè, dopo averli coscienziosamente ritratti, se li mangiava di gusto, certamente con più religione di qualunque altro povero mortale. Lo confessava egli stesso con una battuta della sua cruda ironia: ‘Il vero deve servire al pittore, le copie agli amatori’.
Opera esemplare per il perfetto equilibrio compositivo, ma anche per il rapporto fra gli oggetti e lo spazio, definito da una netta separazione fra il piano d’appoggio della frutta e lo sfondo, questa natura morta riassume i caratteri della pittura di Malacrea e mette in evidenza la sua predilezione per i toni caldi, come dimostra la presenza in primo piano di un succoso melone tagliato che ‘corregge’ la diagonale principale e sembra pronto per essere afferrato dall’osservatore. Ma qui viene esaltato anche il suo talento scenografico, capace di suggerire una cornucopia partendo da un rustico cesto rovesciato.

Bibliografia: Ruaro Loseri L., La natura morta nella pittura triestina, Trieste, 1995, p. 52

Maria Masau Dan
 


Natura morta con alzata, 1859
Olio su tela, cm 50x41
Legato Carlo e Maria Piacere
Museo Revoltella, Trieste, Inv. 2615 

Rara combinazione – nell’opera di Malacrea - di una natura morta con un oggetto di pregio, questa composizione ha la caratteristica di essere attratta decisamente verso il primo piano tanto da sembrare ‘sacrificata’ dalle dimensioni della tela. L’ambientazione evoca l’antico attraverso la mensola di marmo sbrecciata e l’alzata di peltro classicheggiante che trabocca di uva,mele, noci e susine. Altra frutta è disposta sul piano, dove vediamo anche una manciata di fragoline. Il realismo di questo trionfo di prodotti autunnali è enfatizzato dal tralcio di vite che si intreccia alla frutta, con le foglie colpite dalla ruggine che insinuano una nota malinconica.L’uso dell’alzata rinvia ad una grande pittrice di nature morte, la lombarda Fede Galizia, attiva tra i secoli XVI e XVII, nelle cui opere ricorre frequentemente questo tipo di oggetto come contenitore di frutta, anche se l’interpretazione di Malacrea è ben lontana dalla sobrietà di quelle tele, sedotta piuttosto dalla ridondanza del barocco. L’opera fa parte del gruppo di selezionati dipinti di Malacrea provenienti dal Lascito di Carlo e Maria Piacere.

Bibliografia: Ruaro Loseri L., La natura morta nella pittura triestina, Trieste, 1995, p. 52 

Maria Masau Dan




Pesche
Olio su tela, cm 22x30
Legato Carlo e Maria Piacere 
Museo Revoltella, Trieste Inv. 2618 

In questa piccola composizione di pesche, una delle più interessanti nature morte di Francesco Malacrea, alla ricerca di facili effetti scenici si sostituisce una visione più intimista e meditata, lasciando supporre che l’artista spaziasse in un repertorio molto vasto, per lo più attinto alla tradizione nordica, ma non ignaro dei modelli italiani e i bodegones spagnoli. Questo gruppo di pesche, disposto disordinatamente su due piani, ricorda una famosa natura morta della lombarda Fede Galizia (1578-1630) dedicata allo stesso frutto (Metropolitan Museum, New York) , a cui, malgrado la distanza di secoli, il lavoro di Malacrea si può avvicinare soprattutto per la particolare atmosfera in cui gli oggetti sono immersi, per come emergono dal fondo buio e vengono accarezzati da una luce rivelatrice che esalta le superfici vellutate e rosate dei frutti, lasciando indistinti i contorni. Sono la spontaneità e il silenzio delle cose che si colgono in questo inconsueto Malacrea, molto lontano da quello che “mette la natura in posa” per accontentare i gusti della sua clientela. Se è vero che alle sue opere, in genere, non si possono attribuire significati simbolici, qui si deve cogliere un atteggiamento diverso del pittore, che si concentra quasi soltanto sulla perdita di freschezza e sui segni di avvizzimento dei frutti, sottintendendo una riflessione sull’inesorabile trascorrere del tempo e sulla corruzione della bellezza.

Maria Masau Dan


Pesci, 1859
Olio su tela, cm 55x42
Legato Carlo e Maria Piacere
Museo Revoltella, Trieste, Inv. 2620

Tra le meno scontate composizioni di Malacrea, questa natura morta con pesci e verdure, che reca la data del 1859, rientra in quel gruppo di opere, tra cui va inserita anche la Natura morta con alzata (dello stesso anno e a sua volta proveniente dalla collezione Piacere) in cui egli adotta il primissimo piano per evidenziare al massimo le caratteristiche degli oggetti rappresentati e colpire lo spettatore con la sua abilità imitativa. La verticalità della composizione, unita all’illuminazione violenta e alla compressione dello spazio, genera un senso di inquietudine e conferisce all’immagine un’intonazione drammatica, solo in parte attenuata dalla delicatezza del “contorno” di insalata e funghi, che lascia intuire il proseguimento della storia sulla tavola imbandita. Selezionati con cura in base ai colori, branzino, triglia e razza, “impiccati” sul gancio e visti da così vicino assumono un aspetto imponente e vagamente umanizzato. Lo coglie anche il critico Teo Giannotti (1941) che definisce i suoi pesci “divertenti (…) con certi occhi furbeschi e motteggiatori e certe bocche aperte e rotonde, ferme in espressioni ironicamente attonite”.
Lo stesso critico esclude ogni riferimento a modelli precedenti per la pittura di Malacrea, ma di fronte a quest’opera è inevitabile cedere alla tentazione di ricordare La razza o la Natura morta con pesci di Chardin (Getty Museum) dove i due sgombri appesi al centro della tela sopra una tavola assumono ugualmente una dimensione monumentale.

Bibliografia: Ruaro Loseri L., La natura morta nella pittura triestina, Trieste, 1995, p. 52 


Maria Masau Dan


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Testi tratti dal catalogo della mostra "Il cibo dell'arte" , Galleria civica di San Donà di Piave, a cura di Maria Masau Dan e Isabella Reale, ed. Silvana editoriale, 2011

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